Riceviamo e pubblichiamo. I fallimenti della politica verde a Siracusa

A Siracusa la gestione del verde pubblico appare priva di una visione agronomica coerente. Destinare 10 mila euro alla piantumazione si rivela inutile se si confondono gli arbusti con gli alberi (come nel caso dell’Oleandro), o se si prediligono specie aliene come la Tabebuia e il Falso pepe; quest’ultimo, oltre a essere alloctono, presenta una fragilità lignea tale da compromettere la sicurezza di pedoni e veicoli.

In un’era di crisi climatica, la scelta delle essenze non può rispondere a meri criteri estetici: le temperature torride delle ultime estati imporrebbero il ricorso a specie capaci di mitigare l’isola di calore, filtrare gli inquinanti e preservare la biodiversità. L’ostinata preferenza per l’esotico a discapito dell’autoctono, che garantirebbe resilienza e identità botanica, è il segno di una incapacità amministrativa che sta producendo tanti danni.

Senza entrare nel merito della spesa, i risultati del settore Verde pubblico sono modesti, procedendo per tentativi ed errori macroscopici. È tecnicamente inspiegabile la messa a dimora dell’Acero di monte nel parcheggio Damone (a soli 50 m s.l.m., con esiti fatalmente infausti), così come l’assenza di una strategia contro il punteruolo rosso, i cui focolai non isolati hanno decimato le palme cittadine. Anche la nuova Piazza Euripide è l’emblema di questo fallimento: confinate ai margini specie alloctone come Jacaranda e Callistemon, il cuore dello spazio rimane una distesa di cemento accecante, priva di ombra e incapace a far drenare l’acqua.

Il degrado del giardino di Villa Reimann e la cronica assenza di alberature lungo la pista ciclabile costiera, dopo un quarto di secolo, non riescono a completare gli esempi di una politica verde del tutto fallimentare. Desta seria preoccupazione il progetto di ampliamento e trasformazione del Bosco delle Troiane in “Archeoparco”.

L’iniziativa del bosco, nata dalla resilienza dei volontari e fondata su una rigorosa riforestazione urbana con sole specie autoctone, rischia oggi di essere snaturata dall’intervento comunale. Sebbene il bosco sia sopravvissuto nonostante il pesante ritardo del Comune nel realizzare l’impianto di irrigazione (poi distrutto dalla ditta che ha eseguito i saggi archeologici), il timore è che la messa a dimora di nuove essenze possa tradire l’identità ecologica originaria. È fondamentale che la scelta delle specie non ricada, ancora una volta, su piante estranee al contesto mediterraneo, compromettendo la coerenza di un progetto che ha dimostrato la sua validità proprio grazie al legame indissolubile con il territorio e alla sua biodiversità nativa. La scelta dovrebbe attingere esclusivamente dal patrimonio vegetale locale, alternando sapientemente specie sempreverdi (leccio, carrubo, ulivo) e decidue (frassino, platano, pioppo, bagolaro) già perfettamente integrate nel paesaggio.

Questa cronica mancanza di inversione di tendenza è figlia di un vuoto culturale e strutturale: negli uffici mancano figure qualificate come agronomi, botanici o naturalisti, mentre l’avvicendamento frenetico degli assessori impedisce qualsiasi programmazione seria a lungo termine. (Fabio Morreale)

(foto: piazza Euripide)

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