Riceviamo e pubblichiamo. Il Siracusa è memoria, è appartenenza, è famiglia, è identità!

Da qualche giorno è iniziata, ufficialmente, l’ennesima avventura del Siracusa calcio nel panorama dilettantistico della serie D. Auguro alla squadra azzurra il mio più grande in bocca al lupo.
Io, dopo una vita ultra sessantennale di tifoso azzurro, pur tuttavia, rimango fermo nella mia decisone di disertare lo stadio De Simone e non seguire più la mia squadra del cuore, il Siracusa calcio.

Una scelta dolorosa della mia vita caratterizzata non solo da ben settantaquattro anni di storia calcistica deludente, per una città capoluogo, che ha gravitato solo nel panorama del calcio semi professionistico e dilettantistico e coronato, altresì da fallimenti, radiazioni e tante retrocessioni inaspettate e dolose, ma anche perchè la mia vita di tifoso è caratterizzata da troppa emotività di una indissolubile siracusanità.

Scrivo questa mia riflessione con il cuore affranto, con un dolore che non avrei mai pensato di provare, per raccontare un momento che considero incomprensibile, surreale e profondamente triste. L’amore per la maglia azzurra è parte della mia stessa esistenza, perché io mi sono sempre considerato un siracusano e un tifoso “ca Scoccia”. Essere tifoso azzurro non è una scelta. È un destino. È un’eredità che si riceve con amore e si custodisce per tutta la vita. È una promessa silenziosa fatta al proprio cuore. E c’è un diritto che nessuno dovrebbe mai togliere a un tifoso: il diritto di sognare. Oggi, invece, quella speranza sembra essersi affievolita. Non ci sono stati tolti soltanto i risultati. Ci sono stati tolti i sogni. L’entusiasmo. L’ambizione. La speranza. Ed è questa la ferita più profonda. Perché una tifoseria sa accettare una sconfitta, sa rialzarsi dopo una stagione difficile, sa perdonare gli errori. Ma non può vivere senza una prospettiva, senza un orizzonte verso cui guardare con entusiasmo.

Ciò che mi fa più male è la sensazione che non esista più un progetto capace di emozionarci, di farci battere il cuore, di restituirci l’orgoglio e la voglia di attendere il domani. Il presidente Ricci mi ha derubato dei miei sogni….sogni, peraltro, di un tifoso attempato che non può più attendere altri sessant’anni per chissà quale obbiettivo!!!!!! Per questo il dolore di oggi è così grande. Voglio esprimere tutta la mia vicinanza e il mio affetto al popolo azzurro. Siamo una tifoseria ferita, delusa, stanca, ma mai rassegnata. La straordinaria festa dell’estate scorsa quando vincemmo il campionato di serie D mi ha profondamente commosso, vedere migliaia di siracusani, tifosi e non, uniti esclusivamente dall’amore per i colori azzurri mi ha riempito d’orgoglio.

Ho visto persone che non chiedevano privilegi, ma soltanto di poter continuare a credere nella propria squadra. Avevo appena otto anni quando, nel 1965, entrai per la prima volta allo Stadio Vittorio Emanule III e mi sedetti, insieme a mio zio, nei gradoni del Prato, oggi curva ospite, Ricordo ancora quel giorno come fosse ieri. Da quel momento il Siracusa è diventato parte della mia anima. Mi ha accompagnato in ogni stagione della vita, nei giorni di felicità e in quelli più difficili. Oggi, dopo più di sessant’anni di amore incondizionato, non chiedevo l’impossibile. Chiedevo soltanto di poter tornare a sognare. Perché senza sogni il tifo perde la sua essenza. E senza il tifo il Siracusa perde una parte della propria anima.

Una tifoseria che decide di allontanarsi dallo stadio, non per disamore ma proprio per l’immensità del suo amore, rappresenta il segnale più drammatico che possa esistere. È un grido silenzioso che dovrebbe far riflettere profondamente chiunque abbia davvero a cuore il destino della Siracusa. Il Siracusa non è soltanto una società di calcio. Non è un’azienda. Non è un bilancio. Il Siracusa è memoria. È appartenenza. È famiglia. È identità. È un patrimonio di emozioni che attraversa le generazioni e che nessun numero potrà mai raccontare. È il sogno infinito di migliaia di persone. E nessuno dovrebbe mai spegnere quel sogno. Chi decide, come me, di non andare allo stadio, non alimenta odio, rancore, non perde l’amore per la propria squadra del cuore. L’amore per la maglia azzurra è incarnato nel nostro cuore e nessuno può cancellarcelo.
In bocca al lupo azzurri, vi auguro tutto il bene possibile. (Giuseppe Scandurra)

(foto: archivio siracusa2000)

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